C’è una nuova guru che riesce a commuovere la life coach nazionale Oprah
Chiedimi se sono felice
Per guadagnarsi da vivere Gabrielle Bernstein vende la merce più antica del mondo, forse l’unica esistente, ché nel fondo di ogni cosa se ne cerca una soltanto: la felicità. Bernstein insegna alla categoria più fragile d’America, quella delle giovani donne in carriera, come diventare “le persone più felici che conoscono”; ma, invece di essere una delle solite life coach raggrinzite che sperimentavano rimedi orientali all’infelicità a Berkeley durante la “summer of love”, lei assomiglia molto alle persone che aiuta a uscire dal buco nero dell’insicurezza e della disistima di sé.
6 AGO 20

New York. Per guadagnarsi da vivere Gabrielle Bernstein vende la merce più antica del mondo, forse l’unica esistente, ché nel fondo di ogni cosa se ne cerca una soltanto: la felicità. Bernstein insegna alla categoria più fragile d’America, quella delle giovani donne in carriera, come diventare “le persone più felici che conoscono”; ma, invece di essere una delle solite life coach raggrinzite che sperimentavano rimedi orientali all’infelicità a Berkeley durante la “summer of love”, lei assomiglia molto alle persone che aiuta a uscire dal buco nero dell’insicurezza e della disistima di sé. 32 anni, figura slanciata, occhioni lampeggianti fatti per ammaliare e rassicurare, Bernstein ha tracciato una via per la felicità che non richiede di smettere di bere o di passare mezza giornata sulla bilancia per stimolare la consapevolezza del proprio peso, ma un misto di meditazione, yoga e galvanizzazione della volontà che aiuta la categoria a cui si rivolge a uscire dall’impasse delle pressioni sociali e delle insoddisfazioni interiori. Il suo ultimo libro, in uscita a gennaio, parla di “minimi cambiamenti per indurre cambiamenti radicali e generare una felicità illimitata”, e come i suoi bestseller precedenti non si rivolge a chi è rintanato nelle stanze oscure della depressione clinica, ma alle trenta-quarantenni workaholic che non riescono a ottenere ciò che vogliono, da una relazione stabile alla tessera del Soho Club (Bernstein non garantisce l’ingresso al prestigioso club di Manhattan, crea le condizioni perché le “pazienti” si presentino nel modo giusto alle persone giuste).
Di recente è andata nel salotto della life coach della nazione, Oprah Winfrey, a spiegare che “se non avessi toccato il fondo quando avevo 25 anni non sarei riuscita a risalire”. L’anchorwoman non poteva far altro che commuoversi. Quando ha aperto la sua agenzia di pubbliche relazioni era dipendente da qualsiasi cosa: “Lavoro, cibo, amore, droga”, era intimamente infelice e ne è uscita rivolgendo una preghiera a un dio ignoto – che poi corrisponde a quell’essere intimo, spirituale ed esclusivamente interiore di Oprah e dell’“Eat Pray Love” di Elizabeth Gilbert: Ross Douthat spiega tutto questo nel suo “Bad Religion”, Harold Bloom tempo addietro ha scavato nell’origine del fenomeno – che le ha “suggerito” di diventare guru di se stessa. Ha preso ad andare dal parrucchiere o dall’estetista per distribuire biglietti da visita alle clienti, e qualche settimana dopo essere diventata terapeuta di se stessa ha iniziato a curare gli altri. Adesso dice di aver trovato la felicità e di avere una gran voglia di sposare il suo fidanzato banchiere, che per quanto possa contare su un bonus che immaginiamo generoso non è quello che porta i soldi a casa. Ma non si parlava di felicità? Che c’entrano i soldi? C’entrano, ovviamente, perché la felicità si paga e la Costituzione americana protegge il diritto alla “pursuit of happiness” ma non dà nessuna indicazione circa il contenuto di questa felicità. Ci si vuole affidare a Oprah, al maestro tibetano, allo shatzu, alla zingara che fa le carte, a Wanna Marchi? Benissimo, quella è la coda e questa è la fattura, nel senso fiscale.
Nel fenomeno dei laici santoni della motivazione non c’è nulla di nuovo, e l’America ha sempre difeso il diritto di sfottere la folta schiera di parapredicatori, salvo poi rivolgersi a forme sempre nuove di parapredicazione, tipo quelle di Bernstein. Prima il modello era quello dei nove passi per il miglioramento di sé invocati da Greg Kinnear in “Little Miss Sunshine” (naturalmente il suo personaggio era un fallito cosmico), ora è quello di Bernstein, che unisce il vecchio palco al canale YouTube, ai suggerimenti via Twitter, alle app. Basta saggezza indiana e fattucchiere della controcultura, il business model della felicità è cambiato e sono quelle come Bernstein che stanno sfruttando il cambiamento, diecimila dollari alla volta. E’ la sua parcella per vendere, con un discorso sul palco, la merce più antica del mondo, una merce che l’America vuole ancora comprare. Ci sono programmi personalizzati, sedute online, grandi adunate e incontri riservati, il menu è vario. C’è crisi, ma come si fa a risparmiare sulla felicità? Businessweek riporta che nel 2010 gli americani hanno speso 11 miliardi di dollari per i servizi sul “miglioramento della vita”, incremento del 13,6 per cento rispetto a cinque anni prima. I vecchi guru stanno progressivamente andando in pensione e i pazienti della generazione che viene hanno un bisogno disperato di essere felici. Il mercato offre le opzioni, ma non rimborsa gli insoddisfatti.